lunedì 14 gennaio 2013
A Sara, chissà perché
La realtà ormai si stupisce,
amata figlia mia,
quando son io che ti cerco.
E oggi il rimpianto sale
per quegli spiccioli di tempo
che mi sono mancati,
che non ti ho saputo dare.
E' un cruccio, uno scrupolo tardivo,
è quel film mai visto,
la montagna inesplorata,
un tuffo nel mare che è mancato.
E' storia passata, acqua macinata,
prenderò confidenza
con questo nuovo andare.
sabato 8 dicembre 2012
giuseppe
Ma anche Carla, o Francesco.
Il nome non è importante, un nome può rappresentare una tipologia, una categoria.
Giuseppe è l'erede, tanti anni fa una lontanissima parentela ha portato la sua famiglia a ricevere in dote un terzo della villa; prima la madre che, con l'avanzare dell'età, ha lasciato le redini delle sue vaste e numerose proprietà al figlio.
Sto parlando di quella che ho quasi sempre definito "la parte abbandonata". Un ettaro scarso di terreno, un tempo coltivato a vite e alberi da frutto, e circa cinquecento metri quadri di proprietà abitativa, in disuso anche questa da almeno quindici anni, lasciata a se stessa, incolta, piovosa e poi marcia, il tetto crollato, il tanfo di umido marcio che risale dalle porte esterne, l'immagine dello sfacelo e dello spreco.
La manutenzione degli spazi comuni, il grande parcheggio e il passaggio dietro casa, me li sono sempre caricati nel mio scadenzario settimanale dei lavori da fare: tagliare l'erba, i rovi, l'edera, la mimosa (crollata poi nella bufera), e altre manutenzioni più o meno faticose e/o dispendiose.
Il tetto crollato di cui parlo qualche riga sopra è stato ristrutturato da poco, lavori infiniti iniziati a maggio e finiti a novembre. Dopo lo smontaggio del cantiere mi sono ritrovato in una discarica, sei vecchie reti da letto abbandonate dove capita capita, grondaie sfondate, due longherine di sei metri del peso di circa 200 chili ciascuna, una montagna di ciarpame che certo non potevo far finta di non vedere. Così in tre ore di lavoro duro accatastai il tutto con logica, in attesa del da farsi.
Sabato scorso stavo tagliando l'erba fradicia della mattina, cominciava ad essere veramente troppo alta, approfittavo della giornata finalmente serena. Sudavo molto, imbacuccato di strati di vesti varie, l'aria ghiaccia mi gelava a tratti il sudore, cominciavo ad essere stanco.
Vedo due figure con la coda dell'occhio, d'istinto do il mio buongiorno.
Nessuna risposta.
Al che intuisco che è Giuseppe, con suo figlio (un torsolone di circa sedici diciassette anni e ottantacinque novanta chili).
Mi si avvicina il genitore, sguardo severo e mi dice, così, damblé (non so come si scrive):
"Senti, te la legna da là la devi togliere..."
Si riferisce ad una catasta di rami di araucaria che la bufera di febbraio scaraventò a terra in una notte tremenda.
"Si, si, lo so..."
"Vieni che ti faccio vedere..." insiste lui.
Io lo guardo, lui non mi guarda e se lo fa non mi vede proprio. Voglio assecondarlo, non so perché, spengo la falciatrice e lo seguo. Max è con me, quell'uomo non gli piace, abbaia, va alle sue mani, io lo redarguisco.
Mi fa vedere ciò che sapevo, lui disarmato dalla mia noncuranza curiosa gira i tacchi, stiamo tornando verso la falciatrice.
"Ecco" esordisce "io a gennaio voglio tutto libero".
Ho contato fino a tre.
"Guarda, prima leva quel troiaio là, che io ti ho sistemato, sembra una discarica".
Non l'ho più considerato, avevo finito con lui.
"Andiamo" ha detto al figlio.
Ho acceso la falciatrice.
Dopo un po' ho iniziato a rimuginare sul mio comportamento, sulle mie pochissime parole espresse in quello scambio. Non mi viene quasi mai la risposta pronta, rimango un po' disarmato nelle situazioni in ci non partecipo. Così ieri a mente serena mi sono preparato un foglietto, un editto, che la prossima volta leggerò a voce alta, a lui e a suo figlio, che capiscano bene alcune cose che ritengo importanti:
Il nome non è importante, un nome può rappresentare una tipologia, una categoria.
Giuseppe è l'erede, tanti anni fa una lontanissima parentela ha portato la sua famiglia a ricevere in dote un terzo della villa; prima la madre che, con l'avanzare dell'età, ha lasciato le redini delle sue vaste e numerose proprietà al figlio.
Sto parlando di quella che ho quasi sempre definito "la parte abbandonata". Un ettaro scarso di terreno, un tempo coltivato a vite e alberi da frutto, e circa cinquecento metri quadri di proprietà abitativa, in disuso anche questa da almeno quindici anni, lasciata a se stessa, incolta, piovosa e poi marcia, il tetto crollato, il tanfo di umido marcio che risale dalle porte esterne, l'immagine dello sfacelo e dello spreco.
La manutenzione degli spazi comuni, il grande parcheggio e il passaggio dietro casa, me li sono sempre caricati nel mio scadenzario settimanale dei lavori da fare: tagliare l'erba, i rovi, l'edera, la mimosa (crollata poi nella bufera), e altre manutenzioni più o meno faticose e/o dispendiose.
Il tetto crollato di cui parlo qualche riga sopra è stato ristrutturato da poco, lavori infiniti iniziati a maggio e finiti a novembre. Dopo lo smontaggio del cantiere mi sono ritrovato in una discarica, sei vecchie reti da letto abbandonate dove capita capita, grondaie sfondate, due longherine di sei metri del peso di circa 200 chili ciascuna, una montagna di ciarpame che certo non potevo far finta di non vedere. Così in tre ore di lavoro duro accatastai il tutto con logica, in attesa del da farsi.
Sabato scorso stavo tagliando l'erba fradicia della mattina, cominciava ad essere veramente troppo alta, approfittavo della giornata finalmente serena. Sudavo molto, imbacuccato di strati di vesti varie, l'aria ghiaccia mi gelava a tratti il sudore, cominciavo ad essere stanco.
Vedo due figure con la coda dell'occhio, d'istinto do il mio buongiorno.
Nessuna risposta.
Al che intuisco che è Giuseppe, con suo figlio (un torsolone di circa sedici diciassette anni e ottantacinque novanta chili).
Mi si avvicina il genitore, sguardo severo e mi dice, così, damblé (non so come si scrive):
"Senti, te la legna da là la devi togliere..."
Si riferisce ad una catasta di rami di araucaria che la bufera di febbraio scaraventò a terra in una notte tremenda.
"Si, si, lo so..."
"Vieni che ti faccio vedere..." insiste lui.
Io lo guardo, lui non mi guarda e se lo fa non mi vede proprio. Voglio assecondarlo, non so perché, spengo la falciatrice e lo seguo. Max è con me, quell'uomo non gli piace, abbaia, va alle sue mani, io lo redarguisco.
Mi fa vedere ciò che sapevo, lui disarmato dalla mia noncuranza curiosa gira i tacchi, stiamo tornando verso la falciatrice.
"Ecco" esordisce "io a gennaio voglio tutto libero".
Ho contato fino a tre.
"Guarda, prima leva quel troiaio là, che io ti ho sistemato, sembra una discarica".
Non l'ho più considerato, avevo finito con lui.
"Andiamo" ha detto al figlio.
Ho acceso la falciatrice.
Dopo un po' ho iniziato a rimuginare sul mio comportamento, sulle mie pochissime parole espresse in quello scambio. Non mi viene quasi mai la risposta pronta, rimango un po' disarmato nelle situazioni in ci non partecipo. Così ieri a mente serena mi sono preparato un foglietto, un editto, che la prossima volta leggerò a voce alta, a lui e a suo figlio, che capiscano bene alcune cose che ritengo importanti:
- Poche regole per parlare, manuale di convivenza
- 1) Se do il buongiorno e vuoi parlare con me, ricambia.
- 2) Se non ci conosciamo, presentati. potenzialmente non conosco il tuo nome.
- 3) Prima di esigere, sii cosciente di ciò che devi (questa gli va spiegata ammodino).
- 4) Illustrami le tue richieste guardandomi negli occhi e con tono amichevole.
- 5) Prendi le mie parole come vere, comunque tu la pensi, verrà il tempo per discuterne.
- 6) Cerca un accordo, altrimenti vai dove puoi.
domenica 11 novembre 2012
domenica 4 novembre 2012
immagini autunnali
Il terreno dietro (quello abbandonato da anni), è stato finalmente decespugliato in agosto.
La sua inestricabile massa ingarbugliata di rovi, vitalba, alberi e cespugli ha lasciato il posto a radure verdi di erba giovane e qualche chiazza marrone scuro, dove i rovi avevano creato vere e proprie colline spinose.
Andiamo spesso là e stamani, nonostante la giornata grigia e l'erba bagnata fradicia, mi sono portato la macchina fotografica.
Acacie e allori si alternano a creare il piccolo bosco, e nelle chiazze di verde brillante e intenso si scorgono i funghi che, come in filare, spuntano dalla coperta color smeraldo.
Nel silenzio della prima mattina i colori risaltano ancora di più, si contrastano uno sull'altro.
Tutto sembra parlare sottovoce, è come condividere l'arrivo del nuovo giorno.
martedì 25 settembre 2012
domenica 19 agosto 2012
gita fuori porta
Era un po' che ci pensavo, camminare mi è sempre piaciuto, la voglia ha preso il sopravvento.
E quale occasione migliore del serbatoio della macchina bucato?
Se a questo si aggiunge un impegno di amicizia con Lionello, il gioco è pronto: camminare.
Lui abita a Montemagno, frazione di Calci alle pendici della Verruca. Nei suoi ottantuno anni ha visto un sacco di cose, ne ha fatte altrettante. La sua vita gira intorno al cinema (o meglio alla camera da presa) e alla scrittura; ha girato Caroselli negli anni sessanta, a Roma, la bella vita l'ha vista da vicino, sua madre era montaggista a Cinecittà. Carattere irascibile, questo uomo anziano, alto, collezionista di cappelli, amante del jazz e dei Pink Floyd, ha una energia intellettuale fortissima, mai domo.
Così stamani sono partito. Ho preso il tempo, erano le 07,44.
Camminata veloce, ho preso la lunga discesa dritta e larga che fila già fino al semaforo; è utile questa discesa, scalda le giunture.
E da lì, dal semaforo, si prende il lungo tratto in piano che conduce alla Certosa: la sua vista nel fresco della mattina paga. E' stata ristrutturata mirabilmente da poco, è bellissima.
Ancora duecento metri di strada e inizia la salita di Montemagno. La campana suona le otto.
Petta, petta parecchio, lo sento, inizio a sudare mentre il Sole mi si fa in fronte. Mi tolgo la maglia, voglio assaporare i suoi raggi.
E' lunga questa salita, mi sforzo di mantenere il passo, con successo.
Mi ricordavo di una decina di metri, ma era un ricordo legato all'auto, a piedi è tutta una botta, fino a casa di Lionello, alle 8,23.
Sono in anticipo di sette minuti, il respiro non è affannato, sudo abbastanza. Busso.
- Avanti.
Entro nel suo rifugio buio, una bella stanza a piano terra, anzi sotto la terra, si alza dal divano, era lì sdraiato, con una copertina addosso, in mia attesa.
- Cosa ti do?
- Acqua...
- Ci vuoi del limone?
- Acqua...
Trangugiato il bicchiere, mi sono messo al suo computer per riformattargli il suo ultimo lavoro, la sua autobiografia definitiva. Mi piace aiutare Lio nelle sue cose; fino a due mesi fa, si ostinava a scrivere a macchina, orgoglioso della sua Olivetti, la fiera del modernariato.
Era giunto il momento del cinema.
Tanti anni fa Lionello si ritrovò in Angola, durante la rivoluzione di liberazione contro l'occupante Portogallo. Macchina da presa in spalla ha prodotto un bellissimo documento, "La vittoria è certa", di cui mi onoro di essere stato il braccio della sua mente, lo abbiamo montato insieme con i miei scarsi mezzi a disposizione, e ottenuto un risultato più che soddisfacente.
Ne ha una copia sola e deve mandarne una al nuovo ambasciatore, Lionello in Angola è un uomo riconosciuto.
Metto il materiale in una busta, ansioso di ripartire, non voglio freddarmi troppo.
Alle 8,38 sono di nuovo in strada, la pettata si trasforma in una rilassante e lunga discesa, il passo si riallinea al ritmo, e in un attimo sono di nuovo in Certosa, al semaforo.
L'ultima salita è leggera, niente in confronto a quella di Montemagno, All'ultima svolta incontro un tipo con un bastone in una mano e un sacchetto pieno fino a due terzi nell'altra: chissà - penso - more...
Alle 9,12 sono al cancellino di casa.
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